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Fellicarolo compare per la prima volta in un documento del 1169, quando, a causa della brutalita' delle lotte tra Guelfi e Ghibellini, si narra che la famiglia Guidarini fugga da Pistoia, rifugiandosi in questa stupenda vallata e avviando il primo insediamento. Successivamente nel 1429 venne eretto un oratorio e, poco dopo nel 1515, una chiesetta di modeste dimensioni, che ando' periodicamente ingrandendosi seguendo la crescita demografica.La Chiesa, servita settimanalmente da un parroco proveniente da Fanano, venne innalzata a Parrocchia da una bolla del 20 aprile 1653. L' assorta realta' di Fellicarolo fu' scossa poco prima del 1663, quando venne costruita un' osteria, fatta chiudere pero' dopo un breve periodo. Successivamente inizio' un periodo di calamita' che colpirono il nostro piccolo paese. Il 20 dicembre del 1676 una valanga di neve si abbatte' sul paese, facendo crollare sedici abitazioni, mentre il 24 dicembre del 1779 una frana disastrosa investi' il paese radendo al suolo numerose case e la stessa Chiesa parrocchiale. Un' epigrafe dettata dal Tiraboschi, ed apposta nella Chiesa ricostruita ed ultimata nel 1768, ricorda il generoso aiuto offerto agli abitanti dal Duca di Modena e da sua sorella Matilde.

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Breve storia di Fellicarolo

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"Ego Gizardinus filius condam Guiduzi da Garfagnolo ……….dono, cedo, confero per presentem chartulam donationis …. et terram juris mei quam visus sum habere in Felegarolo ……" Questa frase contenuta in una pergamena datata 1 giugno 1169, in cui prima di partire per il pellegrinaggio in terrasanta Gizardino da Garfagnolo, (località posta nell’appennino reggiano, storiche terre matildiche) cede tutti i suoi possessi alla vicina chiesa di Campigliola; inserisce a pieno titolo il paese di Fellicarolo nella storia documentata. A conferma della congruità circa il contenuto del documento; in quel periodo Gerusalemme era occupata dai cristiani, di conseguenza molti di loro si recavano sia per visitarla sia per proteggerla con le armi, Sappiamo inoltre che grazie alla bolla di papa Eugenio III del 1146 “Quantum Praedecessores”  era prassi consolidata la donazione a enti ecclesiastici dei propri beni prima di partire per viaggi, guerre etc. A quei tempi, era (forse) l’unico modo di conservarli in propria assenza, per poi riottenerli al proprio ritorno, -ove fosse  avvenuto-! Dobbiamo altresì rilevare che nel celebre documento di fondazione e attribuzione dei beni all’abbazia di Nonantola datato 750, Orso chierico di Ravenna, ma precedentemente duca di Persiceto (dux Persiceta), donò ad Anselmo, allora abate del monastero di Fanano e dal 752 fondatore e abate dell’ abbazia di Nonantola la località di Arseciura (l’odierna Arsiciola) ubicata nel territorio di Fellicarolo, .. in curte Funiano (Fanano) fundo Arseciura…
Queste due antiche pergamene attestano l’importanza che questa piccola frazione del territorio dell’alto Frignano ebbe già dal periodo altomedievale. È importante la presenza della località dell’Arsiciola nel documento del 750; è utile ricordare che l’Archivio Abbaziale Nonantolano -uno dei più importanti d’Europa- contiene oltre 4500 pergamene, e meno di un centinaio sono datate prima del mille. Non dobbiamo dimenticare che le donazioni alle grandi abbazie o alle chiese cattedrali medievali erano dei veri e propri manifesti politico-fondiari; attestavano cioè il possesso vero o presunto, ma idubbiamente la volontà di dominio sui territori che si ritenevano strategici politicamente, socialmente o economicamente. La località di Arsiciola viene nuovamente citata attraverso la sua chiesa: “S. Bartholomei de Arsezuola”  in una pergamena datata 1233, quando l’allora vescovo di Modena Guglielmo tentò di sottrarre la giurisdizione di tutte le chiese frignanesi all’ abbazia di Nonantola. Dopo queste attestazioni non vi sono -per il momento- altri documenti testimonianti attività o presenze nelle località comprese nel territorio di Fellicarolo fino al XVI secolo, quando fu fondato in questa località un semplice oratorio anch’esso soggetto all’abbazia nonantolana. La chiesa di Arsiciola perse di importanza forse a causa dell’abbandono di quelle terre e fu trasformata in oratorio denominato Rosizolo fino alla definitiva scomparsa nel 1728 a seguito di una frana che lo distusse completamente insieme al borgo. A Fellicarolo dopo l’oratorio fondato nel XVI sec. fu invece eretta nel 1653 -sembra nella località appunto denominata “chiesavecchia”- una chiesa dedicata a S.Pietro, tuttora patrono del paese,  che purtroppo venne  completamente distrutta insieme a molte case sembra 17, nel 1779, essa fu ricostruita nel luogo ove si trova tutt’ora grazie all’intervento economico del duca d’Este e dell’abate commendatario di Nonantola, fu riaperta al culto il 7 agosto del 1781.

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Fellicarolo nel medioevo ( Latino )

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Anno ab Incarnatione D.N.J.C. Millesimo centesimo sexagesimo nono. Indictione secunda primo die mensis junii.Tibi Ecclesiae Sancte Mariae de Campiliola.Ego Gizardinus Filius condam Guiduzi de Garfagnolo qui professus sum ex Natione mea Lege vivere Romana propterea dixi Quisquis in Sanctis ac Venerabilibus Locis ex suis rebus aliquid contulerit juxta Auctoris vocem in hoc salo centuplum accipiet et insuper  quod melius est vitam possidebit aeternam Ideoque ego istus Gizardinus Crucem suscepi et viam Beati Sepulcri ad redimenta mea peccati incoepi et infrascriptae Ecclesiae dono cedo confero per praesentem Chartulam Donationis maea jure proprio in praedicta Ecclesia per Luminariam confirmo idest totam Terram juris mei quam habeo in isto Garfagnolo scilicet in casamentis et in clausuris in Garola et Costaropuli, Costaplana, Runcovecho, Masceradunda, Funtana Daloplo, Runco Dominicino, Lagure, Runco de Capra, Campo Gifredo Muzone et Terram juris mei quam visus sum habere in Felegarolo et in omnibus Locis cultis  et incultis Buschaleis, Pratis, Ripis et Rupinis et ubicumque nostro nomine de praedicta Terra invenire potueritis omnia intelligantur Quam autem istam Terram jiuris mei superius dictam istae Ecclesiae dono cedo confero et per praesentem Chartulam Donationis jure proprietario nomine ibidem habendum confirmo pro remedio Anima maea et Patris mei Sciendum tamen est si praedictus Gizardinus a Beato Sepulcro redierit tradictam Terram a parte Ecclesia tenere debet ipse et sui haeredes et decem denarios bononeorum Lucenses per Luminariam istae Ecclesiae dare debet omni anno usque in perpetuum et si praedidictus Gizardinus in praenominata via mortuus fuerit quod absit Garsendonius et Dominicus eius Consanguinei istam Terram eo modo ut Gizardinus tenere debent et in super promisit Gizardinus per se suosque haeredes istae Ecclesie eam Terram ab omni homine rationabiliter defendere Si evenerit ut aliquis istorum  scilicet Gizardinus vel Garfedonius et Dominicus vel eorum haeredes aliquam offensam de jam dicta Terra istea Ecclesia fecerint in ista Terra exinde nullam rationem habeat sed dicta Ecclesia suam voluntatem de ista Terra faciat nec mihi liceat ullo tempore nolle quod volui sed quod ante semel factum vel scriptum inviolabiliter conservare promitto cum stipulatione subnixa ………    …….Signum per manum  istius… Gizardini qui hanc Chartulam Donationis fieri rogavit.
Actum est hoc in ista Ecclesia feliciter.
Interfuerunt Petrus de Velonio, Joannesbonus de Valle, Dominicus de Bagnolo, Martinus Conver……rogati Testes.
Ego Albertus Notarius Sacri Palatii rogatus hanc Chartam Donationis scribere post traditam complevi et dedi.

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Dedicato a Fellicarolo

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Strada Fanano Fellicarolo
-Di che si tratta?
-Di viabilità; la solita piagia delle nostre montagne, il solito scoglio contro il quale s'infrangono sul nascere i conati più promettenti del traffico e dell'industria, la solita barriera che attraversa il passo all'agricoltura e che condanna i molteplici tesori che posano da secoli nelle viscere dei nostri monti a restare inesplorati e infruttuosi. Una delle sezioni più rimarchevoli del Comune di Fanano -Fellicarolo- si querela e si agita da lunga peza per la mancanza di una strada facile e sicura che l'unisca col Capoluogo e la metta quindi in comunicazione col resto della Provincia e del Regno.
La strada attuale si distacca a Nord-ovest di Fanano, percorre con miti pendenze e per 3 Km circa, la sponda sinistra del Leo, prospicente a levante, poscia passato il fiume alla Porrcastra, dove prima del 1832 esisteva un ponte a 3 archi che fu asportato da una piena nell'autunno dell'anno iindicato, sale sulla sponda destra del corso d'acqua predominato, per circa 2 Km e con pendenze superiori al 12° fino a raggiungere, a 924 metri sul livello del mare, il centro parrocchiale di Fellicarolo.
Dal 1852 al 70 nessuno pensò a riedificare un ponte sul Leo, accontentandosi la popolazione di Fellicarolo di un piccolo e provvisorio pedagnulo che ad ogni ingrossamento del fiume veniva travolto e portato via. E fu solo in vista dei moltepllici pericoli cui andavano incontro i frequentatori della strada in discorso e delle gravi disgrazie di cui era causa quel poco sicuro passaggio, che furono fatte pratiche presso le autorità affinchè, con qualche savio provvedimento, venisse ristabilito un mezzo sicuro e non interrotto di comunicazione tra Fanano e Fellicarolo.
Per la ricostruzione del ponte sul Leo furono proposti diversi progetti aventi mira non solo la comodità ma altresì la stabilità del manufatto. Di questi parve preferibile quello che segnava il passaggio al Sentirone (metri 772 sul mare) ove il fiume presenta una sinuosità con sponde solidissime ed ha una larghezza di soli 25 metri. Ottenuta l'approvazione del Municipio di Fanano, dal R. Genio Civile e dalla Perfettura, questo progetto doveva andare sollecitamente in esecuzione tanto è vero che fu acquistata dallo stabilimento Cottrau di Napoli una Passerella in ferro. Ma non andò così, giacchè vi furono oppositori di questo progetto cui bastò l'anima di farne sospendere l'attuazione e di presentarne un'altro col transito sul fiume alla Porcastra, nella località cioè dove per altre volte, con grandissimo danno del Comune di Fanano e della popolazione di Fellicarolo, il ponte era stato atterrato dalla violenza delle acque. A giudicarre pertanto quale dei due punti di passaggio corrispondesse meglio alle esigenze del bambino, della sicurezza della comunità delle popolazioni interessate, fu chiamato sul luogo un ingegnere Mammoli i quale memore forse che, spesso, di due litiganti il terzo gode, presentò un progetto su transito sul Leo a Campovecchio, a metri 680 sul mare e 58 metri di larghezza. Ma quest'ultima proposta piacque tanto meno delle due precedenti, sia per l'ingente corso del ponte, sia per il nuovo tratto di strada necessaria, attraverso le agulaie; tratto di strada di oltre 1 Km, che per la natura scoscese e rocciosa e l'esposizione settentrionale del terreno su cui dovrebbe essere tracciata, importerebbe enorme spesa e sarebbe pericolosa sempre, ma specialmente nella stagione dei geli delle nevi e delle valanghe. Con tanta disparità di opinioni, volendo il Comune di Fanano, insieme alla ricostruzione del ponte sul Leo, provvedere all'assestamento generale alla via mulattiera che unisce Fellicarolo al capoluogo, ha fatto classificare questa strada fra le obbligatorie, per la riforma della quale ci sembra ottimo il progetto compilato dall'egregio Ing. Giovanni Coppi.


Partendo da Fanano che è sito a 627 metri sul livello del mare, la nuova via scorrerebbe quasi parallela e al quanto più alta dell'attuale di Fellicarolo fino alla località nomminata Campovecchio sotto Cà di Madoja ove si ramificherebbe proseguendo da una parte fino al Sentirone e a Fellicarolo, dall'altra costeggiando il fosso di Cà di Sella, fino alla Parrocchia di Canevare. Questo tracciato ha l'apprezzabile vantaggio di migliorare molto la strada di Fellicarolo rendendola più comoda e meno inclinata e di poter contemporaneamente servire due sezioni per le quali hanno abbisognato fin qui due vie separate e quindi nell'anno manutenzione doppiamente dispendioso. E per convincersi della verità del nostro asserto, della grande utilità cioè di una nuova strada comune alle due parrocchie di Canevare e Fellicarolo basta osservare che Fanano è a 637 metri sul livello del mare, Campovecchio sotto Cà di Madoja (sito ove la via si biforcherebbe) è a metri 745, il Sentirone, ove la strada passerebbe il fiume 765,50 e Fellicarolo a 924 metri; mentre il vecchio transito alla Porcastra non è alto che metri 729,45 e l'altro a Campovecchio 685. Riesce evidente dal confronto di queste cifre che la nuova strada salirebbe da Fanano a Fellicarolo con uniformi rilievi e pendenze, mentre la via attuale con passaggio alla Porcastra ascende, in un percorso di Km 3 di appena 100 metri per salire poi con troppo forte declivio dalla Porcastra a Fellicarolo,, mentre col transito a Campovecchio la strada in uso aumenterebbe di gran lunga questo difetto. Nè il vantaggio di più miti tendenze e il risparmio considerevole di spesa e di manutenzione sono solo i titoli che rendono commendevole il progetto dell'ingegnere Coppi; altre considerazioni d'indole economica lo indicano preferibile a qualunque altro. L'attuazione del progetto Porcastra costerebbe lire 51800,00; ossia 30000 franchi per la costruzione del ponte Leo (49 metri di luce), 1000 lire pei due bracci di strada di accesso al ponte stesso e lire 20800.00 per due ponticelli sui torrenti Cà di Sella e Campovecchio, largo 14 metri il primo, 12 metri il secondo. La correzione della via per Campovecchio importerebbe lire 56200, delle quali 34800 andrebbero nella fabbricazione del ponte principale ( m. 58 di larghezza ), lire 13600 nella costruzione delle Agulaje ( m.1700 ), lire 3000 in quella di raccordamento con la via attuale ( m.600 ) e 4800 nella erezione del ponte sul fosso Lavacchiello ( m.8 di luce ). Finalmente la strada nuova comune alle due sezioni di Fellicarolo e Canevare transitante il Leo al Sentirone ascenderebbe al totale importo di lire 63800,00, ossia lire 38000 pei tre tronchi di strada da Fanano al Sentirone, dal Sentirone a Fellicarolo, da sotto Cà di Madaja alle Canevare, lire 15000per ponte sul Leo, e lire 10800,00 per due ponticelli di 8 metri l'uno, di 10 l'altro sui torrenti Campovecchio e Sella. Da un imparziale confronto dei suddetti progetti risulta chiaramente che con un piccolo aumento aumento di spesa di circa 10 mila lire si può avere una strada nuova, ben delineata svolgendosi con miti pendenze e servibile contemporaneamente a due importanti villaggi. Che questa strada, essendo inscritta tra le obbligatorie, potrà avere l'inapprezzabile vantaggio di aver costruita per metà a spese della Provincia e del Governo, per buona parte dell'altra metà col fondo speciale del Comune e con opere gratuite obbligatorie.Che quindi la spesa gravitamente sul bilancio Municipale sarà di ben poco momento mentre diventerebbe  gravosa qualora si volesse adattare uno degli altri progetti che mancano dei necessari requisiti per essere ammessi a godere i sussidi Governativi e Provinciali. In conseguenza delle quali considerazioni noi facciamo voti perchè la strada Fanano-Fellicarolo, venga sollecitamente costruita secondo il progetto dell'Ing. Coppi, progetto che accoppia alla stabilità ed alla comodità proprie di quelle opere che sono destinate a vivere dei secoli, l'ecnomia presente ed avvenire di quell'importante Comune, che a capo dei suoi doveri e dè suoi desideri pone la prosperità ed il benessere dè suoi amministrati.

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Quando anche i cani ...

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QUANDO ANCHE I CANI...venivano chiamati " alle ARMI " 

Questo fatto mi è stato raccontato da Giuseppe Corsini, meglio conosciuto come Jusfin dla Pusciun, nato alla Borra di Fellicarolo il 10 Aprile 1904. 

Siamo durante la 1° Guerra Mondiale, nell'anno 1917; l'Italia ha anche bisogno dei cani; e così chiama a Fananocorsini in visita i cani dei pastori .
Domenico Corsini, padre di Jusfin, porta nel capoluogo il suo bel pastore , grande grosso e bianco e naturalmente molto bravo: Turco, così si chiama, è dichiarato abile insieme ad un'altro: presto sarà chiamato "alle armi". Viene Settembre ed è ora "di migrare": i nostri pastori scendono nella pianura romagnola. Domenico Corsini avverte i Carabinieri di Fanano che deve partire con il gregge e naturalmente con Turco: ha l'assenso dell'Autorità in quanto il paese in cui vengono raccolti i "coscritti" canini è proprio Castenaso dove deve passare col gregge e la lo lascerà.
Il grande branco scende la Valle del Leo lungo l'antica via dei pastori, tocca Montespecchio, le Pradole proseguire per Lavino, arriva a Casalecchio e poi avanti ancora: a Castenaso trova due militari, che dopo aver identificato Domenico Corsini, chiedono la consegna del cane "mobilitato". Turco era in Reno a sguazzare, a ripulirsi e rinfrescarsi e accorre subito al richiamo del padrone ma, ahimè, viene preso senza tanti complimenti, legato e portato in una grande aia, ove centinaia di suoi simili, abbaiano, guaiscono o se ne stanno accovacciati in silenzio, legati a una corta e robusta catena: ultimo sgurdo al padrone che se ne va, un tetativo di seguirlo, fermato dal robusto guinzaglio e ... addio. Passa un anno ... la guerra continua: c'è stato Caporetto e la drammatica ritirata; ma i nostri soldati sul Piave e sul Grappa hanno fermato il nemico. Anche i cani si fanno onore, portando messaggi in zone molto pericolose e battute dal fuoco nemico, o trainando slitte sula neve  per gli Alpini in alta montagna, come sarà il caso di Turco, bianco com'è già mimetizzato per non essere individuato dai "cecchini". Domenico Corsini e il figlio di Jusfin stanno rientrando col gregge dagli alti pascoli della Scaffa delle Rose: poco sopra la loro stalla incontrano una parente che dice loro: è tornato il "richiamato"! Cosa vorrà dire, in famiglia non c'è nessuno sotto le armi ! Ma ... Jusfin come arriva alla stalla si sente arrivare addosso una massa pelosa e bianca che con le sue effusioni quasi lo fa cadere ... Turco era tornato ! Chissà da dove veniva: dal fronte, dalle retrovie, dalle montagne Trentine, dalla pianura veneta, quanta strada avrà fatto, e come avrà ritrovato la sua casa, il suo gregge ! Nessuno lo ha mai saputo. Il cane buttatosi ... disertore, non fù ricercato da alcuno. Per finire Jusfin dice: quando Turbo vedeva un Uomo in divisa, dimenticava il padrone e il gregge e se la dava a gambe levate !
E quando, come da sempre , il gregge scendeva in pianura, e arrivava nei pressi di Castenaso, Turco lasciava la strada, si vedeva sparire nelle siepi e i filari di piante ... e se lo ritrovavano festante nell'aia della fattoria, base dei pastori durante il lungo nebbioso inverno.

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Estate 1934

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ESTATE 1934 A FELLICAROLO
Me l'ha raccontata Gian di Fellicarolo ( Giovanni Bellettini, classe1921, invalido di guerra, ex cantoniere comunale e factotum della frazione ): si erano gli anni 30 e precisamente nel 1934 e lui aveva 13 anni e nell'estate arrivano a Fellicarolo i militari al campo estivo, probabilmente una compagnia, che piantarono le tende alla Casa Nuova e sotto il Cimitero anche al Cugullo ( Cugoll in dialetto ). La sera c'era animazione nel paese ed era molto frequentata l'osteria di Aldo Menozzi, unico locale pubblico dove si poteva bere esclusivamente vino e anche si ballava. Gli uffici del Reparto di Fanteria una sera organizzarono una festa da ballo alla quale invitarono le ragazze del paese: allora ce n'erano tante che in gran parte accettarono l'invito. Gli Ufficiali erano aitanti giovanotti, istruiti, eleganti nella divisa grigioverde di allora, che parlavano in lingua, così distanti nell'aspetto e nel comportamento dai compaesani vestiti rusticamente e un pò rozzi. l'orchestra era composta da suonatori del posto. era ormai gunta l'ora di aprire le danze, che spettava, come d'uso, al Comandante del Reparto. Le nostre ragazze col loro vestito più elegante, accompagnate dalle madri e dalle sorelle più giovani, non vedevano l'ora di lanciarsi nel vortice delle danze. Appoggiate al muro della sala, vicino alla porta d'entrata, osservava l'ambiente Andrea, un uomo ancora giovane, reduce dalla guerra 15/18, emigrante in Francia in qualità di minatore, col suo cappellaccio in testa. Gli si avvicinò un ufficialetto che lo invitò a togliersi il cappello: Andrea non ne fu persuaso ed allora il militare con un gesto rapido della mano glielo buttò sul pavimento. Detto fatto, partì un diretto di pura marca montanara che mandò a gambe levate sul pavimento il rappresentante del Regio Esercito. Grida di ragazze, accorrere di altri militari: ma Andrea teneva testa a tutti. la notizia si sparse in un baleno nel paese: accorsero a dar man forte ad Andrea, Antonio, Lino ed Emilio. Venne in aiuto dei militari il cuoco del reparto che aveva tirato di boxe, ma anche lui come si presentò, fu mandato a gambe all'aria addirittura su per la scala. A questo punto fu fatta intervenire la Ronda costituita da un Sottufficiale e due soldati, che riusci dopo non pochi sforzi ad immobilizzare e ammanettare i giovani fellicarolesi e soprattutto Andrea. Allora tali provvedimenti si prendevano " in nome del Re" e sembrava che Andrea in quel momento avesse avuto da ridire anche sul nostro Augusto Sovrano. le cose si stavano mettendo male per i nostri montanari, portati successivamente a Fanano nella Caserma dei Reali Carabinieri. Erano stati commessi diversi reati tra i quali il più grave era stato l'offesa alla Maestà del Re d 'Italia, che ricordo a chi non lo sapesse era " Re d'Italia per grazia di Dio e Volontà della Nazione ". Intanto il ballo era andato a monte, le ragazze amareggiate con le madri erano rientrate a casa, Aldo riordinava e ripuliva il locale e accetava i danni subiti; qualcuno interni all'Osteria continuava a commentare i fatti mentre immaginiamoci lo stato d'animo dei famigliari degli arrestati e le preoccupazioni seguenti. Il Comandante del Reparto aveva preannunciato gravi pene per i nostri montanari, cosa fare? A qualcuno venne in mente che c'era un personaggio importante, originario di Fellicarolo, esponente del Partito Nazionale Fascista il cui intervento avrebbe potuto essere decisivo: Bursin, Borsino.
Erano Francesco Lancellotti, nato a Fellicarolo, Casa Ropa, da Giuseppe, bracciante e da Santa Lancellotti, massaia, il 18 febbraio 1901 ( morto a Roma il 23 ottobre 1988, sepolto nel cimitero frazionale ). Mi risulta che era stato maestro elementare e console nella milizia Fascista: tra le poche notizie che ho potuto raccogliere su di lui c'è quella che alla fine degli anni 30, Vice Governtore dell'Albania, annessa all'Italia. Si vee che questo signore aveva " vocein capitolo " come si suol dire : intervenne presso le Autorità Politiche e militari, c'era stata la provocazione dell'Ufficiale, Andrea era stato valoroso combattente in guerra e un disciplinato lavoratore anche in Francia; le accuse si attenuarono, furono " derubricate " ed i nostri montanari furono rilasciati e ritornarono a casa dopo una severa ramanzina del Maresciallo dei RR.CC. e, pensoanche del Podestà e può darsi ... ... ( è una mia congettura ) anche del Parroco.
Non so chi pagò i danni: ma qualcosa i " nostri " avranno pagato; certamente per un pò di tempo avranno girato al largo dell Osteria Menozzi, ma avranno anche avuto il rispetto e la considerazione dei compaesani e delle ragazze.

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Amarcord

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Il mio sarà un " amarcord " in cui si intreccerà una parte di esistenza famigliare con un luogo unico al mondo e con la sua gente. Naturalmente serve la precisazione che questa non ha la pretesa di essere storia, ma semplicemente una cronaca della mamoria e del suo spirito, nella speranza che nessuno si adombri per le molte dimenticanze, i salti temporali le inesattezze e via dicendo. Non so quelo che risulterà alla fine e se qualcuno dei famosi dieci lettori ci si raccapezzerà, ma certamente questo resoconto avrà per me un valore doppiamente consolatorio: mi aiuterà a pagare un piccolo debito per le cose non dette e non fatte, nei confronti di un "posto" nel cui cimitero riposano appunto i "nostri morti", ma anche a lasciare la mia piccola nipotina Rosaluna una traccia che la riguarda. Si potrebbe cominciare con il classico "c'era una volta ... " perchè la complicazione è proprio nella difficoltà di fissare con una certa precisione l'inizio di una cronistoria che si dipana lungo decenni e i cui protagonisti, nella maggior parte dei casi, non ci sono più per raccontarla direttamente e renderla così più autentica. L'avvio del nostro racconto può essere collocato indicativamente attorno agli anni '20 del secolo appena concluso. E' nel corso di quel periodo che Fellicarolo entra a pieno titolo nella vita dei Bossetti, a cui scrive queste righe ha finito più tardi per appartenere, diventando la terra di Fellicarolo perte integrante e forse conclusiva della sua vita. Perchè è proprio il nome di questa famiglia, ritratta nell'unica fotografia di grupporitrovata qui di seguito riprodotta con i nomi dei suoi componenti, che proverò a muovere per combinare i tasselli della nostra piccola cronaca.

 bosettiIn realtà sono due le famiglie, perchè i destini dei Bossetti si incrociano con quelli dei Sola: forse è appropriato parlare di destino perchè entrambi i nuclei famigliari non erano montanari nè originari per qualche ragione di queste parti, ma si incontrano in questo luogo pur venendo ambedue dal capoluogo Modenese. Credo, pare certo, che la seconda famiglia della storia abbia conosciuto Fellicarolo "in primis". Una cugina maestra, dalla quale un ricercatore di mestiere probabilmente potrebbe trovare traccia in qualche registro scolastico, era destinata a insegnare nella frazione fellicarolese, a quei tempi abitata da piu di un migliaio di persone distribuite negli insediamenti del centro, delle Formiche, delle Gagnane di Sopra e di Sotto, degli Anselmi, della Vacchiella, del Poggio, della Borra, di Cà Re, di Casuglie, per dire le borgate principali, e delle case sparse che si incontravano salendo verso i displuvi e dividono le valli di Fellicarolo e dell'Ospitale o verso il crinale Appenninico. Si può presumere possa essere stata anche la cugina maestra (che alloggiava a Casa Parri, a pochi passi della scuola che funzionò fino agli anni '60, fino a quando fù costruita la nuova scuola, vicino alla chiesa di S.Pietro, scuola che da qualche anno non esiste più), a fungere da anello di congiunzione tra il piano e il monte. Del resto i Sola che incroceranno il destino cui facevamo cenno, in una traversa del centro storico di Modena, possedevano la rinomata trattoria "Il Fantino", gestita dalla madre Annetta Rossi Sola, che era rimasta vedova di Silvio Sola, morto per via della "spagnola", con i figli piccoli Giuseppina Alberto Augusto e i figliastri Fernanda e Peppino, tutti sulle sue spalle. Probabilmente in quella trattoria, per suggerimento presumibile della cugina maestra, ci andavano a mangiare i montanari quando scendevano in città per sbrigare le loro cose o per visitare qualche figlio in collegio. Sull'altro versante, Albano Bossetti, il pater familias ritratto nella fotografia, usciere presso il Banco San Geminiano e San Prospero di Modena, con alloggio all'ultimo piano del fabbricato che guardava la piazza XX Settembre, forse venne in contatto con Fellicarolo proprio in ragione del suo ufficio che gli consentiva di conoscere tante persone e sicuramente anche i pastori della montagna che avevano preso a depositare i soldi presso la banca modenese. Alla cessazione del lavoro e con la liquidazione maturata, Albano Bossettidecise di comprare una casa a Fellicarolo, una casa che servisse per le vacanze di tutta la famiglia, poichè il luogo era di alta montagna , forse perchè bello e salubre, forse perchè acquisto nell'immaginario famigliare per via dei resoconti verbali di qualcuno o di qualche escursione diretta. Stà di fatto che la famiglia Bossetti, il giorno 2 gennaio 1927, davanti al Dott. Dario Monari, Regio Notaio di Fanano, compra una "casa di pietra" nella borgata di Cà Re, un chilometro e mezzo passato Fellicarolo.


Era l'unica casa libera della zona perchè tempo prima vi era successa una tragedia: le notizie sono quelle che sono, pare che un giovane montanaro, tornato dal militare, si fosse portato dietro una bomba a mano e che, per uno stupido gioco, l'abbia scagliata contro l'albero antistante la piccola corte provocando uno scoppio che uccise la sua ragazza, figlia di chi occupava la casa, e causò la perdita di una gamba ad Artemio, un amico di famiglia che abitava in paese. L'accaduto spinse la famiglia ad emigrare in Svizzera così la casa restò abbandonata. I tre giovani Bossetti cominciarono a vivere il tempo di Fellicarolo: conoscono le sorelle Guidarini ( Clema e Evelina, casualmente montanara la prima, francese l'altra perchè la loro famiglia si era trasferita in Francia e la madre Ersilia faceva la vivandieraper i compaesani e non espatriati in quel paese per lavorare ). Nello Monari, Giovanni Bellettini, Arturo Guidarini ( che poi dirigerà l'ufficio postale posto al piano terra della sua casa ), la Laura di Casa Ietta, Oreste Pellegrini, Checco Lancellotti ... ... Fellicarolo era raggiungibile da Fanano per mezzo di una strada sterrata che seguiva l'andamento del torrentee poi, all'altezza del ponte in pietra ad un arcata costruito dopo l'abbattimento di quello vecchio che stava più o meno di fronte all'Arsicciola e al Mulino della Stefana, si inerpicava verso il paesino. il resto del territorio era percorribile solo con le mulattiere. In paese c'era la locanda dei Menozzi dove si fermavano a mangiare i carbonai che il carbone che preparato in serralta lo portavano con i muli a Fellicarolo per accatastarlo nel pendio sotto la chiesa di San Pietro.Uno dei primi anni '30, Giuseppina Sola venne in vacanza a Fellicarolo venne in vacanza con la famiglia e la cugina maestra. Li accompagnava, con la sua automobile, il cavaliere Maglietta, che a Modena era un noto agente assicurativo, e che, al ponte, non voleva proseguire perchè spaventato dalla brutta salita. Li vide Mario Bossetti, il quale, saltato sul predellino dell'auto, guidò la compagnia dei villeggianti fino al paese. Fu così che si incrociarono i destini delle famiglie: Mario conobbe Giuseppina, si fidanzò con lei e la sposò. Annetta Sola, la suocera di Mario, con la sua esperienza di cuoca, insegnò ai Menozzi della locanda, cioè alla Pasqua e a sua figlia Elda (che poi sposerà Nello Monari), piatti diversi (la polenta non più di farina di castagne ma di frumentone; il ragù di carne; il pesto dei tortellini...) il secondogenito dei Bossetti, Alfonso, a Modena aveva frequentato l'istituto d'arte e fatto parte dell'ambiente culturale della città: conobbe Marinetti e partecipò come "aeropoeta" al movimento futurista (cfr. il volume-catalogo della mostra "Futurismo in Emiglia Romagna" a cura di Anna Maria Nalini, Artioli Editore in Modena 1990), fu amico di vari artisti modenesi come Elpidio Bertoli (che gli fece un ritratto di cui si è perso traccia), Ferruccio Venturelli, Mario Molinari, Pedron, Malavasi, con loro e altri intellettuali frequentava il caffè Boninsegna, collaborava a "Il Resto del Carlino e La Gazzetta di Modena" con gli articoli, in diversi dei quali, come il lettore vedrà in altra parte del presente fascicolo parla del territorio fananese, di Fellicarolo, delle cascate del doccione, dei castagni, delle piante officinali, dei narcisi o dei rododendri che in giungno fioriscono sui pendii del libro aperto. In un certo senso i Bossetti e i Sola divengono una avanguardia "piangian", quelli della pianura. Si tirano dietro parenti e amici che come loro si innamoreranno del paese, per le sue caratteristiche ambientali, per la piacevolezza del territorio, per la possibilità di fare vacanze ed escursioni gradevoli. Fare il nome di Dottor Diunigi Mari, del professore Giorgio Buccolari, dei bruni, dei Ferrari, degli Obici, dei Tricoli, di Mario Barozzim (che poi ad Ospitale costruì una piccola centrale elettrica) è solo pleonastico perchè l'elenco divenne lunghissimo in quanto ampliato per estensione esponenziale dagli altri nuclei fammigliari, che so, quelli delle sorelle Giudarini, dei Corsini, dei Lancellotti, dei Pellegrini, di quanti cioè avevano lasciato il paese trasferendosi altrove, a Torino, a Bologna, a Roma, a Milano, nel Ferrarese o in Romagna. Torniamo però al tempo che fu. Scoppia la guerra. Maria Silvia Bossetti, figlia di Mario e Giuseppina, a quattro anni, viene sfollata nella casa di Cà Re con la nonna paterna Pia e lo zio Alfonso, una settimana prima del natale di guerra. Anche di quel periodo diamo cenni per flashes. L'ambiente del paese era caratterizzato dalla gran catasta di carbone sotto il pendio della chiessa e del piazzale, credo non molto diversi da come sono oggi, con la presenza nuda e cruda del monumento ai Caduti della Prima Guerra. La strada vecchia si fermava ai bordi dell'abitato. Le case, la locanda Menozzi, che diverrà Albergo Ristorante Cimone (ora Rondinara), quella su cui crescerà l'altro ristorante, l'Appennino, gestito dai Bertinasco (dalla Saturnina e dal figlio Franco, mentre l'altro figlio Enzo si dedicherà aall'attività collegata alla raccolta dei prodotti del sottobosco) non erano altro che bicocche basse con i tetti coperti dalle "piagne", con il gabinetto esterno, con l'acqua da attingere alla fontanella del paese. La Pasqua e l'Elda Monozzi portavano avanti la locanda, mentre il vecchio Aldo Menozzi, dopo aver fatto, in una botteguccia, sull'altro lato della strada, scarpe e scarponi per i compaesani, si era dato al commercio di formaggio, perchè Peppin Monari detto "Manara", padre di Nello e suocero dell' Elda, aveva le pecore al Serretto. Per questo Mario Bossetti li aveva messi in contatto con la drogheria Fini di Modena, ma il giorno in cui Menozzi stava recapitando un partita di pecorino a Fini, fu fermato dalla polizia annonaria che, poichè la vendita del formaggio era razionata, della qual cosa lui non era a conoscenza, gli confiscò il prodotto e lo mise in galera per qualche giorno. In paese c'era la casa di Corsini, un po più sopra quella di ottorino e Maria, dirimpetto la vecchia posta della "mitica" Zaira, poi la quinta delle case della borgata Parri dove stavano Lidia la sarta e il marito calzolaio, emigrati più tardi negli Stati Uniti, la Norina e Artemio, che faceva il barbiere ma anche il falegname di casse da morto e di "careghe" o dondoli con lo schienale in pelle di pecora. A pochi passi da Casa Parri ci stava la scuola. Di lì un sentiero portava a Casa Pietro, un altro al ponte di Gian Matè e a Cà Betlemme dove vivevano Edvige, Anna, Alma, e un fratello, tutti i figli di "Tanaia", mentre di fronte abitava "Truvela", sposo di Agnese, morto suicida nella stalla.


Più avanti, seguendo il fosso della Viaccia si raggiungeva Cà Re dove i Bossetti avevano appunto comperato casa vicino a quella di Poldo e Assunta Nesti, genitori di Antonietta, Gemma, Nilde, Nera e Severina; lì stavano anche Messimo e l'Olinda, parenti del ragazzo morto di meningite mentre era militare...Poi si trovavano Casa Baiocchi, Casa Ietta, Casa Bruciata, poi il Colombano, così chiamato perchè nel 1400 vi si era fermato proprio San Colombano, poi Casuglie e i Fossi. Non c'erano più i castagni, iniziavano le Faggete, mentre, oltre il torrente, il versante delle montagne era brullo e la vegetazione non copriva come ora le "Piagge", che, sul finire della guerra, consentirono ripari sicuri a disertori e partigiani vicino alla passo della Finestra o alla Castellina. Abbiamo fatto questi cenni ambientali della zona sotto il Cimone, ma sarebbe stato uguale se avessimo citato altri sentieri e altri insediamenti, che so, il Serretto, la Borra, il Poggio:abbiamo voluto evidenziare che il luogo era ampiamente abitato da tanti nuuclei familiari e da tanti bambini, che, nonostante la presenza della guerra - siamo negli anni 1941-42-, frequentano la scuola posta a Casa Parri, scendendo dalle borgate e dalle case sparse. Ci sono classi diverse e Maria Silvia Bossetti si ritrova insieme ai "montanarini", alla Marisa, a Lino di Casa Mucci, alla Maria Josè (chiamata da sempre Pepette) e Luciana Utelle, figlie dell'Evelina Giudarini, anche loro sfollate da Torino, presso la nonna Ersilia, nella casa costruita dai Guidarini nel 1917, poco sotto la chiesa di San Pietro, dopo che avevano venduto quella di Casa Parri. I soldati tedeschi che presidiavano il paese erano sistemati nella centrale casa della Marchesa, a pochi metri da quella dell'Ersilia (nella cui stalla tenevano i muli), ma erano dislocati anche a Casa Re. Quando inizia la Resistenza, le case delle borgate vengono fatte sgomberare dai tedeschi e la quasi totalità degli abitanti viene concentrata, per evidenti ragioni di controllo, in paese. Alfonso Bossetti trova posto nell'edificio della posta, presso la Zaira, mentre Maria Silvia e la nonna Pia sono ospitate in casa dell'Ersilia. In quel frangente, questo è un vero e proprio rifugio per tanti: infatti ci stavano anche un ebreo francese (sic!), vedovo con due figli, un gioielliere napoletano con moglie, due figlie e un nipotino di tre anni che morì di difterite nonostante il tentativo del medico tedesco di operarlo per consentirgli la respirazione. Nella stalla sottostante i bimbi andavano per i loro bisogni. L'ultimo dell'anno (l'Ersilia fece gli scarpaccioli!) le due ragazze napoletane trovarono il modo di suonare il piano che forse la famiglia si era portato dietro lasciando Napoli così come il loro padre si era fatto seguire dall'amante, sistemandola in una casa di Sestola, cosa che per il disguido di un foulard personale venduto al collo della fedifraga provocò le ire della legittama consorte, con botte e vestiti strappati, proprio sul sagrato della chiesa, dramma della gelosia nel dramma della guerra. Nella cucina dell'Ersilia si riunivano un pò tutti, per scaldarsi e chiaccherare, anche i soldati tedeschi tra cui un certo Lucas, bravo a disegnare paesaggi di montagna. Buscavano facilmente i pidocchi, per cui si dovevano frizionare con il petrolio. "Pepette", la maggior parte degli Utelle, qualche volta veniva trovata ad armeggiare attorno alle munizioni depositate nella cantina. Qualcuno degli sfollati, allo scopo di recuperare materiale per la stufa, provò a fare un tunnel sotto la gran catasta di carbone requisito dai tedeschi, ma il cunicolo crollò e quella persona fu tirata fuori salva per miracolo. Mangiavano polenta e patate, ma riuscivano ad avere un pò di latte e il pane, preparato settimana per settimana nei forni comuni delle borgate. La neve veniva a metri e Maria Silvia Bossetti provò l'ebrezza di due assicelle di legno in forma di sci realizzate per lei dallo zio Alfonso. I genitori, Mario e Giuseppina erano rimasti sempre a Modena e raggiungevano Fellicarolo quando potevano. Passò anche più di un anno, tanto che un paio discarponcini fatti in città per la bambina non andavano più bene. Quella volta erano partiti dal capoluogo con la bicicletta e una valigia e fecerò un viaggio che durò dall'alba a notte inoltrata. Maria Silvia si lasciò a dare la sua bambola cittadina di pannolenci ad una nipotina dei Nesti di Cà Re, a casa dei quali lei e la nonna andavano a passare la notte per maggiore sicurezza, dopo il pericolo trascorso presso l'Ersilia, in cambio di lana per calze. La bambina, che, benchè ancora piaccina, si muoveva ormai con molta disinvoltura nei dintorni, non volle più andare dalla Santa, alla Casa Bruciata, a prendere il latte, perchè un giorno in quella casa, davanti al fuoco del camino, trovò un giovane modenese, un partigiano sceso dai nascondigli delle "piaggie", il quale, venendo a sapere che era cittadina, le disse che aveva studiato all'Istituto Sacro Cuore, che faceva la guerra ai tedeschi e che le avrebbe regalato una collana fatta con le orecchie di soldati uccisi. Qualche montanaro cercò di evitare il rastrellamento dei tedeschi scappando, al di là del crinale, oltre la linea gotica e verso la Toscana. Un certo Osvaldo morì per lo scoppio di una mina disseminata lungo il tragitto. Lo stesso Alfonso Bossetti aveva superato le montagne per salvarsi e raggiungere Firenze già liberata dagli alleati. Anche Oreste Pellegrini, dopo l'8 settembre, si rifugiò a Fellicarolo. Oreste portava il nome dei Pellegrini, un'altra vecchia famiglia fellicarolese, che abitava alla Chiesa Vecchia con sei figli. Di questi uno, diplomato ragioniere, perse la vita in un gorgo del torrente di Fellicarolo; un'altro Ulisse, padre di Oreste Giuliano e Margherita (che morì, nel milanese, investita da un'autocorriera), se ne era andato a Milano per fare carriera nelle Poste (per inciso, furono proprio i Pellegrini a portare a Fellicarolo, nella casa davanti alla locanda Menozzi, il procacciato, ovvero l'ufficio della posta), un'altra Pellegrini divenne suora e andò a fare la missionaria in Cina. Il personaggio di spicco della famiglia era Don Giuseppe Pellegrini, lo zio prete, parroco a Vesale (la boccia di sasso che è sul campanile della chiesa fu pagata e montata da lui in persona), a Castelnuovo Rangone, poi a Vignola (qui c'è una via intitolata a lui) dove acquistò Palazzo Barozzi e attivò un caseificio per finanziare le opere della sua parrocchia; quando morì nel 1952 (per un incidente forse dubbioso) il suo funerale fu seguito dalle bandiere rosse dei comunisti, anche perchè era stato coinvolto nella Resistenza.


Dicevamo prima di Oreste Pellegrini: essendo andato militare dopo che a Milano aveva frequentato il Liceo Parini e la facoltà di Legge, scoppiato l'armistizio, si era trovato presso l'Accademia Militare di Modena, così fuggì e raggiunse il paese di origine, ma a Fellicarolo fu ripreso e condannato per diserzione dei tedeschi. Lo grazio Kesserling attraverso l'interessamento dello zio prete, ma fu comunque spedito a Lubecca, dove accetta di essere addestrato, insieme ad altri italiani, per una missione paracadutata poi nell'Alto Piemonte, occasione che gli consentirà di scappare e di riunirsi ai partigiani della Val Maira. Ma anche per il territorio montano quel periodo divenne il più drammatico. Basti ricordare che Giuseppina Bossetti, venuta da Modena in corriera per rivedere la figliula, al ponte di fanano, lungo il viale alberato dell'Arbergo Firenze, ebbe la drammatica visione di un gruppo di uomini impiccati dai tedeschi per rappresaglia contro un attentato in cui erano stati uccisi alcuni loro soldati. Nella primavera del 1945 finalmente la guerra finisce e si può ritornare alla vita. Fellicarolo e la sua gente ripresero a curarsi delle ferite più o meno gravi che quel tempo aveva prodotto in ognuno, a ritrovare gli originali ritmi di vita, ma anche a guardare al futuro con occhi nuovi e diversi. I fellicarolesi tornarono ai lavori legati alle tradizioni del luogo e alla montagna. Qualcuno se ne andò via a cercare altre occasioni, i più ridiedero vita alle case e ai rapporti consolidati da un passato comune per appartenenza al luogo o per legami parentali; tornarono i vecchi villeggianti, ne vennero dei nuovi e scoprirono cos'era e com'era Fellicarolo. Per molti dei protagonisti della nostra altalenante cronistoria, che ha suo modo ha tentato di dare un minimo di ordine ai ricordi, ai racconti, ai piccoli resoconti sentiti nel corso degli anni da chi firma questo pezzo, Fellicarolo riprende ad essere, o diviene, viaggio verso le origini, luogo di vacanza, di villeggiatura e di escursioni montane. I tre piccoli Bossetti (e ovviamente i loro genitori) ritratti nella fotografia ora non ci sono più. Terminata la guerra, Mario e Giuseppina continuano a vivere e a lavorare a Modena e mantengono uno stretto contatto con Fellicarolo, conservando la vecchia casa di Cà di Re e, più tardi, costruendosene una nuova sulla strada di Fanano a qualche centinaio di metri dal paesello. Ubaldo, il chimico, e la sua famiglia si spostano più volte, per ragioni legate al lavoro, in diverse località del Nord Italia, mentre Alfonso, una decina di anni dopo la fine della guerra, si trasferisce, si può dire definitivamente, nel paese delle felci e vive per gran parte dell'anno, da solo, nella "casa di pietra" di Cà Re. Alfonso mancherà ancora qualche collaborazione letteraria e giornalistica, ma aiutato dal fratello Mario e dal comune amico Barozzi attrezza quella che era il salottino della "nonna" trasformandolo in camera oscura per sviluppare e stanpare pellicole fotografiche. Fa anche il fotografo per i turisti e qualche altro lavoro, ma la sua passione restano il territorio fellicarolese, a cui dedica una gran quantità di scatti fotografici,e soprattutto i suoi interessi artistici, gli studi sulla farmacopea, sulla flora e la fauna, in particolare sulle erbe medicinali e sulle farfalle. Ci tiene a mantenere stretti rapporti con i vecchi amici, con chi si ricorda di lui e con quanti, in tempi diversi, hanno vissuto come lui, per origini natali, per scelta o per casi della vita, un rapporto profondo, viscerale, personalissimo con Fellicarolo e la sua gente. Alfonso Bossetti, sia pure con il suo carattere schivo, riservato e talora scontroso, vivrà da fellicarolese con i fellicarolesi suoi coetanei, ma anche con i giovani e i vecchi del paese, ritroverà nei suoi giorni e nelle sue memorie, molti di coloro che mi è stato possibile citare in queste pagine e quanti non sono riuscito a ricordare, ritroverò Giuliano Pellagini, fratello di Oreste, e sua moglie Josè, che, pur vincendo e lavorando a Milano, mantennero legami fortissimi con Fellicarolo e, con Alfonso, rapporti di grande amicizia e di solidarietà concreta, accogliendo nella loro bella "casa di pietra", già alla Chiesa Vecchia, consentendogli il rito di un amicale caffè o di una cena, alla fine della quale Alfonso, vestito spesso di bianco con una sua eleganza un tantino snob, si adattava divertito alla rigovernatua della tavola e delle stoviglie insieme agli amici e alla Stella che a quel tempo si occupava delle faccende di casa; ritroverà Clider Benazzi (e la Maria, con il codazzo dei loro sei gemelli), a lui vicino per il suo amore verso la storia passata del paese a cui nel 1979 dedicò una raccolta di notizie storiche (vedi Fellicarolo di Fanano Cronache e Storia a cura di Benazzi Clider); ritroverà l'Anna di Casa Ietta, zia di Pietro, Giovanni Bellettini, l'amato stradino di Fellicarolo, sua moglie Antonietta e i loro figli, tra cui la Santina che di Alfonso fu amica fino all'ultimo, Marisa Germano e Ugo di Casa Baiocchi, gli Uguccioni (Bartolomeo e Walter, il quale per anni ebbe la falegnameria in un locale a ridosso della chiesa parrocchiale), Gregorio e Pietro, la Pierina di Artemio e suo marito il "maestro", Elio che suona ancora magnificamente la fisarmonica gli "americani" Bebbe e Secondo, i Corsini di Casa Norra, Giuseppina di Casa Baroni (ricca di ricordi legata alla non lontana strada "romea" che conduceva i pellegrini verso la valle di Ospitale e la Toscana, oggi trasformata in ristorante con una magnifica vista verso il Cimone), i Monari, giù agli Anselmi, il padre cieco che aveva fatto anche l'orologiaio e vari figli tra cui Rino che vive a Fanano e che oggi, con la moglie e il figliuolo, ha ripreso la tradizione fellicarolese della tessitura con l'utilizzo di un telaio settecentesco interamente di legno, Don Silvio, Padre Faustino, la perpetua Anseride, la Ventura che cantava in chiesa, Noto Bertinasco e i figli, Federico Pellegrini della "Teggia", tornato al paese dopo aver fatto il minatore in Belgio, Enrico "Chiodo" Cantelli, la Leontina di Casuglie, Arrigo, marito dell'Olinda, morto per una caduta dalla Vespa lungo la strada di Fanano, Anito e la Santa (nella casa d'angolo di piazza Parri), Evangelista il "francese", l'Aldegonda solitaria abitatrice dell'ultima borgata Anselmi, l'Annunziata del Mulino di San Rocco, Giuseppe "Iusfa" il raccoglietore di funghi, Giovanni delle Formiche, la Wanda figlia di Ottorino, il maresciallo degli Anselmi, il cui figlio pilota militare veniva a volare basso sulla valle del Fellicarolo, Emilio Utelle, i Locusti, i Lancellotti, Frido e Ildo, Amerigo i fratello dell'Elda, la Rosina, Giacomo della Casa Bruciata, Dionigi, Aristide, Tonio e la Maria della Gagnana di Sotto, "Frasca", Ferdinando il Comandante, Antonio e...

Rosaluna, la mia nipotina di tre anni e mezzo, guardando la fotografia del "ricordo", appesa ad una parete del salotto di Fellicarolo, mi ha chiesto insistentemente dove erano, anzi dove erano andate quelle cinque persone. A lei ho detto, come in una riga precedente di questo racconto, che esse non ci sono più, anche se ad una bambina piccola non è facile e forse possibile fare percepire il senso della perdita e della morte. Io spero solo che un giorno, quando leggerà quete pagine, scoprirà che qualcosa di quel che c'è scritto non è "finito" e che appartiene per sempre anche a lei. Sarà questo per me il più sentito premio, nel nome di Fellicarolo.

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Le borgate di Fellicarolo

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PONTE DI FELLICAROLOid2 1
Alt. m 779


Il ponte supera la stretta valle di Fellicarolo in vista del centro frazionale. La grande arcata a profilo ribasso rappresenta una notevole emergenza ambientale anche perchè viene traguardata frontalmente in tutta la sua imponenza e per un lungo tratto, privo di insediamenti, dalla strada in ascesa. Presenta due alte teste di ponte artificiali per raccordare in piano gli imbocchi sulle due sponde, costituite da muraglie in pietrame molto compatto mentre le ghiere delle arcate sono, come di consueto, i conci squadrati e accuratamente spianati. All'ingresso sulla riva destra del ponte si trova una maestà su pilastrino, denominata sulla carta "Santirone". Prima dell'attraversamento del Fellicarolo la strada supera il fosso del Rovinaccio con un ponticello in pietra la cui arcata a tutto sesto venne dissestata da una piena. Anche questo passaggio fu accompagnato da una maestà su pilastro situato nei pressi. L'unica casa di interesse storico sulla strada di fondovalle che porta a Fellicarolo è casa Romani, segnata da un pilastrino devozionale in pietra di fattura tradizionale datato "1903" a cui seguono, prima del ponte sul Rovinaccio altre due maestà, una delle quali, dedicata a S. Giuseppe, risalente al 1920.


 

S. PIETRO DI FELLICAROLOid2 2
Alt. m 920
 
Fellicarolo fronteggia Canevare sulla ripida sponda destra del torrente omonimo. Il paese manca di un centro vero e proprio e la chiesa, costruita all'incrocio delle strade più importanti che si diramano nel versante, fa da riferimento ad una costellazione di casolari disposti a ventaglio, prevalentemente nella zona alta. Tale conformazione per nuclei sparsi è conseguenza dell'opera di ricostruzione conseguente alla disastrosa frana che sul finire del 1779 colpì direttamente Fellicarolo. Anche la chiesa di S. Pietro, distrutta dalla lavina, venne riedificata nel 1786 con il concorso del duca di Modena e benedetta nel 1788. In quella località era stato infatti costruito nel 1429 un oratorio, sostituito nel 1525 da una chiesa, ingrandita successivamente nel 1600, nel '53 e nel '56. L'edificio è caratterizzato da un'impostazione monumentale con alta facciata in pietrame a vista, conclusa da un cornicione modanato che corrisponde ad una pendenza particolarmente accentuata delle falde. Il disegno tripartito verticalmente con altrettante porte secondo la tradizionale divisione basilicale in tre navate, corrisponde in realtà ad un impianto a sala unica con tre cappelle per lato e abside semicircolare. L'illuminazione è assicurata da una coppia di stretti finestroni terminanti ad archetto posti al centro della facciata, ai quali si aggiungono analoghi finestrini sulle false porte laterali e al centro del timpano. La fattura e la forma di tutte le aperture compresi i portali relativamente recenti farebbero farebbero pensare a un ridisegno della facciata, caratterizzata inoltre da un'insolito motivo di cmapitura a un'intonaco del timpano centrale e dei due semitimpani laterali curvilinei. All'ornato originale della facciata appartengono sicuramente gli elaborati cippi in pietra di coronamento e di sostegno della croce, e il cornicione di raffinata modanatura. Sul retro la chiesa è provvista di un bel campanile che emerge, al di sopra della linea di colmo, di tutta la cella campanaria, coperta semplicemente a quattro acque con slanciata cuspide piramidale. All'interno le cappelle sono adorne di ancone di legno dorato e dipinti del XVII e XVIII secolo, provenienti dalla chiesa precendente; sull'altare maggiore è posta una tela raffigurante S. Pietro, opera di Gaetano Bellei datata 1914; la chiesa è famosa tuttavia per il bellissimo coro ligneo realizzato dagli ebanisti locali Innocenzo e Michele Angelo Corsini, proveniente dalla soppressa chiesa del convento dei francescani a Fanano. Da segnalare in sacrestia un pregevole mobile del 1684 con ricchi intagli, paramenti antichi e dotazione di argenterie sacre, nonchè una porta laterale ornata da intagli, opera del tardo XVII secolo, dovuta ad artigianato montano (1). Casa Mucci è l'ultima casa di Fellicarolo sul bivio delle strade che innervano il versante a monte. Si compone di un lungo edificio in linea a due piani, comprendente due unità abitative, che conserva inalterate le caratteristiche tradizionali dell'edilizia montanara. La casa presenta su entrambi i fronti parti porticate realizzate con il prolungamento della falda di copertura che si evidenziano per la matericità del tetto ravvicinato in pianne e della muratua in pietra a vista rispetto alle pareti intonacate dell'abitazione; in particolare il portico sul retro è caratterizzato da un massiccio pilastrone quadrato e si affaccia su una corte selciata con i lastroni tradizionali d'arenaria. L'abitazione terminale verso l'incrocio presenta sul colmo della parete di fondo un alto camino secondo una soluzione frequente nelle case di montagna che riflette una posizione codificata del camino della casa; appena discosto si trova una fontana - lavatoio protetta da un ampio portico, perfettamente conservato, chiuso su tre lati e sostenuto da una rudimentale quanto ingegnosa capriata lignea su cui fa bella mostra il mano di lastre d'arenaria in notevole strato. Quasi appoggiato alla parete della fontanasi trova una pregevole maestà su pilastrino in pietrancon nicchia provvista di bancaletto modanato e di inferrriatina di originale disegno con il monogramma della madonna.
1)Garuti, Righi, 1991



 
ARSICCIOLA 


Alt. m 1073


Arsicciola è il nome di una casa rurale isolata sulla sponda sinistra del torrente, servita da una breve derivazione della strada di Fellicarolo da cui si stacca poco prima del ponteche immette nel centro della valle. La località riveste un interesse esclusivamente storico; il toponimo, anticamente Arsiciola, ricorda infatti una comunità con propria chiesa parrocchiale, dedicata a San Bartolomeo, documenteta nel primo elenco delle cappelle dipendenti dalla pieve di Fanano (1233-1238), molto tempo prima, quindi, che venisse eretta parrocchiale la chiesa di Fellicarolo (1653) (1). Il luogo, in una zona di discreto pendio, poteva contare su un'ottima isolazione essendo il versante completamente esposto a mezzogiorno, con visuale diretta sull'attuale centro della frazionale. Il destino della borgata è stato segnato da una delle numerose frane che hanno sconvolto il territorio di Fellicarolo " ...una impetuosa lavina nel Dicembre 1728 ... sommerse dieci case della villa dell'Arsicciola colla piccola chiesa di San Bartolomeo ..." (2). Nominativo in una carta del 1340 (3). Il piccolo luogo di culto a quel tempo era ridotto a semplice oratorio della chiesa parrocchiale di Fellicarolo, e probabilmente ridimensionato rispetto alla consistenza originaria.
1) Pistoni, 1971,pp. 141-142.
2) Pantanelli, Santi, 1895, p. 1105.
3) Benazzi, 1979, p 175.




 
CA' ANSELMI (Oratorio di San Rocco)
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Alt. m 865


Cà Anselmi si trova in parallelo con la borgata di Gagnana, Su terrazzo dalla parte bassa di Fellicarolo compreso tra due degli innumerevoli corsi d'acqua che solcano questa parte di territorio frazionale, il fosso di Risecco e il fosso delle Sarte. La località comprende un discreto numero di case, in gran parte riattate ad un abitazione stagionale, servite da una derivazione che si stacca dal tornante che precede l'arrivo a Fellicarolo. Nella parte bassa dell'agglomerato sorge un oratorio dedicato a San Rocco probabilmente costruito ai primi del settecento, il quale servì da parrocchiale durante il periodo di ricostruzione della chiesa di Fellicarolo atterrata dalla frana del 1779. L'edificio è costituito da una sala proporzionata di discrete dimensioni, ben conservata, con la fisionomia semplice e pulita degli oratori rurali. La facciata presenta un intonaco liscio privo d'ornati ed è a chiusura in alto dai due spioventi in lastre d'arenaria in leggero aggetto sulle pareti. In asse si allineano il portone semplicemente architravato, il rosonecentrale tondo, un piccolo finestrino all'incrocio dalle falde e dal di sopra di queste un cippo con la palla di sostegno della croce. Nella parte superiore dell'agglomerato si trova una pregevole maestà in nicchia su pilastrino. Il frontalino è un alastra quadrata scolpita con un raffinato disegno a portalino classico e con un contorno modanato in rillievo;al di sotto dal bancaletto una pietra portava incisa la data ora leggibile solo per i numeri "18...". Il portalino è provvisto del cancello di ferro battuto con il monogramma della Madonna nella lunetta; in alto la nicchia è coronata da un timpano triangolare sul quale svetta uno slanciato ed insolito cippo conico di sostegno della croce. Una casa reca in parte una piccola targa in pietra lavorata a cordone sul contorno, la data "1874". Anche a Gagnana si trova una bella maestà su pilastrino con decori geometrici nei piedritti e nell'archetto monolitico.



  
LA VECCHIELLAid2 4

Alt. m 952


La Vecchiella si trova nel punto terminale di una diramazione della strada che risale il monte di Fellicarolo in direzionedi una vasta zona deta Bosco Agolare. La casa è articolata attorno ad una corte, selciata con i tradizionali piastroni d'arenaria, di dimensioni molto lunghe e strette e disposta lungo l'isoipsa in modo da sfruttare al meglio la conformazione del terreno già in discreto pendio. La corte si trova a un livello più basso della strada così da percorrere tutto il lato a monte per abbassarsi gradualmente ed entrare nella corte dal lato opposto a quello di provenienza. Tutto il lato verso la valle è occupato da un lungo edificio composto da varie parti, la più importante delle quali è una casa su due piani rivestita d'intonaco con cornicione a sguscio, composta da due unità ugali accostate a schiera. La lunga ala termina con un risvolto ortogonale recentemente recuperato ad abitazione stagionale; tra quasti due corpi si inserisce una parte porticata sporgente verso la corte, sorretta da due caratteristiche colonne cilindriche in pietrame, che protegge l'accesso al fienile. L'impianto della casa è completato sulla corte da un capiente portico per il ricovero degli attrezzi mentre nel piano seminterrato della lunga stecca si trovano gli scantinati e le stalle. La casa si segnala per l'integrale conservazione delle caratteristiche costruttive dell'epoca, riferibile alla prima età dell'ottocento, parzialmente alterato solo dal manto in tegole della parte ristrutturata, e per l'insolita tipologia di casa bifamiliare gemellata.



 
CA' BALESTRO

Alt. m. 984


Cà Balestro si trova appena a monte di Vacchiella su un braccio della stessa derivazione stradale che termina che termina con la vicina Cà Mucci. La tipologia della casa richiama quella di Vacchiella anche se le proporzioni sono molto più raccolte e qui la corte si sviluppa sul livello più basso della casa dove è disposto l'accesso della strada. L'abitazione si svuppa sui consueti due piani, piùun soggetto arieggiato da stretti finestrini rettangolari grandi come le finestre; su di essa converge ortogonalmente un'ala riustica che si affaccia verso la corte attraverso un' originale soluzione di corpo porticato che protegge sia l'ingresso dell'abitazione che quello della stalla. Particolarmente degno di nota è il selciato della corte che presenta una pavimentazione in grandi lastre squadrate d'arenaria, accostate a giunto stretto. La casa si caratterizza per l'usuale contrapposizione cromatica tra intonaco bianco dell'abitazione e pietrame a vista-stuccatodei rustici, resi omogenei dalla continuità del manto di copertura in lastre d'arenaria.


 

LA POSSIONE


Alt. m 1015


La Possione è uno degli insediamenti più consistenti della zona alta di Fellicarolo, formato da una serie di edifici ravvicinati e disposti su lati opposti di un antico tracciato verso monte che proprio in corrispondenza del nucleo si immette nella strada principale. Al centro del casolare si forma uno spiazzo selciato con gli usuali lastroni d'arenaria, delimitato verso monte da un rustico comprendente vari servizi tra i quali il forno. In corrispondenza della testata di questo edificio con un fianco a profilo arrotondato, si trova una pregevole maestà in pietra su pilastrino. La nicchia monolitica è caratterizzata da un architetto incavato a forte strombatura ed è conclusa da uno slanciato cappello su cornice modanata, terminante con una sfera a sostegno della croce. La fisionomia generale del nucleo conserva l'impronta d'epoca, contraddistinta dal carattere semplice e rustico degli edifici tutti costruiti con muratura in pietrame a vista.



 

SERRETTO


Alt. m 1017


Serretto appartiene alla cintura alta dei casolari di Fellicarolo e si trova ai margini di un pianoro, l'unico nella frazione oltre a quello di Cà Betlemme - Cà Re, sul versante che dl centrorisale il torrente Fellicarolo. La tipologia della casa richiama quella di La Vecchiella anche per le analoghe proporzioni del caseggiato fortemente sviluppato in lunghezza ma qui di dimensioni ancora maggiori, favorito in questo dall'ampiezza del retroterra coltivabile. Come nella citata costruzione, anche in questo caso al centro della stecca si trova un corpo porticato sporgente verso la corte attraverso il prolungamento della falda di copertura, caratterizzata da una linea di gronda molto bassa anche per effetto di un innalzamento della quota del cortile all'inizio del portico. Questa parte notevole, avanzata su tre campate, è sorretta da due elementi portanti in pietrame, un setto squadrato e un pilastrone cilindrico secondo una tipologia costruttiva presente anche nei vicini casolari di la Vecchiella e Il Poggio. Le unità attigue destinate ad abitazione sono state recuperate ad uso stagionale con alterazioni più o meno vistose provocate dall' "inevitabile" sostituzione del manto di copertura originario in lastre, sacrificato alla tenuta sicura delle tegole in cemento. 



 
IL POGGIOid2 5


Alt. m 1055


Il Poggio, dislocato all'estremo limite orientale della cintura più alta dei casolari di Fellicarolo tra Campo dell'Orca a monte e il ripido pendio del Bosco Agolare a valle, costituisce il nucleo più complesso e rappresentativo della realtà insediativa di questa parte remota e appartata del territorio di Fanano, rappresentando per giunta il punto terminale della penetrazione viaria su questo versante, in concomitanza con l'altro braccio stradale che termina in alto con casa Baroni. Data la sua posizione fortemente spostata in direzione verso l'ingresso all'ultimo tratto della valle non è escluso che la località potesse esercitare una funzione decentrata di controllo della viabilità; il ruolo che potrebbe spiegare anche il toponimo chiaramente derivato dal "podium" latino indicativo il luogo fortificato. L'impianto è basato su un lungo caseggiato rettilineo composto da diverse unità edilizie a schiera, terminante con un risvolto ortogonale verso monte in modo da individuare all'interno una grande corte chiusa. La strada in arrivo percorre tutto il lato lungo esterno della stecca prima di inoltrarsi attraverso una strettoia all'interno della corte, secondo una modalità di accesso che conferma la fisionomia fortemente conchiusa dell'insieme. L'elemento più interessante del complesso è costituito da un grande portico, a protezione degli ingrssi alle abitazioni, che chiude l'angolo formato dalla congiunzione delle due ali; come al solito esso è formato dal prolungamento della falda di copertura sostenuta da due pilastroni cilindrici in pietrame. Sul lato di fondo del portico, quasi all'incrocio delle ali, si eleva un corpo turrito coperto a due acque che stacca la sua linea di gronda sul colmo della parete porticata adiacente con un disegno di incastri di falde e di volumi molto suggestivo.Vicino alla torretta è piazzato un grosso camino di insolita forma cilindrica, che probabolmente risponde alla logica formale dei sottostanti pilastri del portico. All'ingresso della corte, completamente selciata con grandi lastroni informi d'arenaria, si trova una grande fontana-lavatoio protetta da un portico sorretto da massicci setti murari. Tutto il complesso ha conservato la fisionomia originaria anche nel manto di copertura in lastre d'arenaria, così da costituire una rilevante testimonianza di architettura rurale alto-frignanese del sei-settecento.



 
CA' NORRA

Alt. m 1117


Cà Norra costituisce, assieme alla vicina Cà Baroni il vertice del sistema insediativo dell'alta valle di Fellicarolo alle pendici del monte Rondinara - Scaffa delle Rose, dove un'ampia zona boscata viene indicata con il toponimo "Il Colombano". La casa è organizzata a corte con un lungo fabbricato che si dispone ad L sul ciglio del pendio, in modo da proteggere verso l'interno un'ampio spiazzo lastricato. In angolo è disposto un portico sorretto da un massiccio pilastrone in pietrame. staccati dalla stecca delle abitazioni sorgono alcuni fabbricati rustici ancora coperti integralmente in lastre; altri corpi della casa risultano ristrutturati e uno di essi presenta un rivestimento di lamiera preverniciata a doghe scure. Una coppia di anziani residenti annovera la casa tra le prime sette di Fellicarolo; considerando la stretta analogia di impianto con la vicina corte di Ca Baroni, che conserva una parte datata "1511", questa memoria tradizionale appare accreditabile.



 
CA' BARONI
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Alt.m 1133


Casa Baroni è il più elevato dei grandi casolari di Fellicarolo, in modo da abbracciare dalla sua posizione dominante l'intero panorama della vallata. L'impianto della casa riflette la tipologia frequente a lunga stecca edilizia disposta sull'isoipsa ed articolata in grandi corpi di fabbrica coperte a due acque, che comprendono sia l'abitazione che i rustici di servizio. L'abitazione qui occupa la parte centrale e come nei casi citati si sviluppa su due piani verso la corte con uno stacco rispetto alla linea dei rustici attigui che viene a delineare verso valle una sagoma a gradoni decrescenti di grande impatto visivo. Il fronte verso valle è caratterizzato da due grandi arcate sovrapposte, in pietre poste di coltello corrispondenti al corpo della stalla-fienile;quello inferiore della stalla, è da tempo chiusa da un setto murari. A lato un aporta conduce a scantinati coperti con volte di pietra; su un cantonale interno è incisa la data "1511" sul retro si sviluppa un'ampia corte chiusa selciata con i trasdizionali lastroni di pietra, verso la quale la casa presenta un'avancorpo su tutta la lunghezza, porticato nella parte centrale tramite un pilastrone centrale. All'ingresso dell corte è posto un'oratorio dedicato all B.V.Immacolata, eretto dalle famiglie Baroni e Cantelli, esso gode di tutte le indulgenze concesse alla Sacrosanta Basilica del Laterano di Roma, come risulta dalla bolla Pontificia di Pio VI del 2 giugno 1776 e rinnovata il 23 giugno 1864, sotto il pontificato di Leone XIII. La struttura quella solita degli oratori rurali a sala unica con fronte a due spioventi provvista della sola finestrella sopra al portale e di una formella in terracotta. La disposizione dell sala secondo la linea di pendio motiva la scaletta di accesso. Contrapposto all'oratorioverso l'interno della corte si trova un rustico, murato con una pezzatura di pietre a vista insolitamente grandi nelle porte e nei cantonali. Sopra l'architrave della porta della stalla è posto un grande masso squadrato scolpito pregevolmente con un arco in rillievo che nella sottostante lunetta reca una croce a bracci uguali; sul bordo superiore dell'arco è incisa la seguente scritta " Pace nelle Familie Forza Unione tutto a me manca povero Minc.B.1889 C."; B. C. stanno per Battista Cantelli. La casa è stata oggetto di un'intervento di ristrutturazione e di recupero ma conserva i caratteri peculiari della fisionomia originaria.




 
CA' PIETRO


Alt. m 953


Cà Pietro occupa una posizione rilevata sulla strada che innerva il versante orientale della valle di fellicarolo, conclusa in alto da Casulie e I Taburri. Il casolare è impostato sulla consueta lunga stecca residenziale di altre case della zona, posizionata sulla isoipsa, in modo da sviluppare sul retro una stretta chiusa verso il monte dell'ala dei rustici, rimasta la parte più integra del complesso. La parte residenziale ha subito un generale intervento di ristrutturazione che ha quasi del tutto cancellato i caratteri d'origine, tuttavia la fisionomia della casa è tuttora leggibile attraverso l'impianto della corte ed affiora anche in una parte solo intonacata che presenta le finestre incorniciate dai soliti monoliti d'arenaria. A memoria della coppia di anziani residenti a Cà Norra, Cà Pietro è compresa dal novero delle prime sette case costruite a Fellicarolo.


 

CASE NESTI

Alt. m 945


La casa si trova a ridosso di Cà Re sulla strada che risale la valle del torrente Fellicarolo e si articola attorno ad una corte rettangolare molto stretta e lunga, selciata con gli originari piastroni informi di grande pezzatura, secondo una tipologia di impianto che si ripete frequentemente nei casolari di Fellicarolo. Il lato maggiore verso valle è occupato dalla casa recentemente ristrutturata, mentre su quello parallelo, contro monte, è attestato un lungo fabbricato rustico ancora nelle condizioni originarie che comprende tutti i servizi agricoli.


  

CA' RE

Alt. m 935


Cà Re si trova all'inizio della vallecola dell'alto corso del torrente Fellicarolo, servita da una strada che si stacca alll'altezza della chiesa parrocchiale a significare l'importanza di questa zona del territorio frazionale incuneata nel magnifico scenario traguardato sul Libro Aperto (m1936). La casa si trova ai margini di un ampio pianoro, insediato al centro da Cà betlemme, che risulta la parte finale di una fascia di terreno a pendio limitato parallela al corso del torrente e in risalita verso Casulie. Questa conformazione ha determinato condizioni favorevoli ad un micro sistema insediativo di fondovalle che andrebbe attentamente sottoposto ad una comlessiva tutela ambientale; anche al fine di disciplinare la consistente attività edilizia della zona. Nel nucleo, che è stato oggetto di vari interventi di ricostruzione, si trova un interessante edificio d'epoca le cui pessime condizioni di manutenzione attestano un'abbandono ormai molto prolungato. Si tratta di una costruzione caratterizzata da una muratura di pietrame molto campatta sulla quale sono visibili segni di stratificazione precedenti, dove si inseriscono finestre incorniciate da grossi monoliti d'arenaria dall'inconfondibile taglio tardo medioevale. A ridosso della casa sono presenti altri corpi di fabbrica con incipienti segni di degrado. Nel nucleo è presenteuna pregevole maestà su pilastrino databile ai primi del settecento, che stranamente risulta interrata fin quasi all'altezza della nicchia, al centro del piccolo timpano individuato dalla copertura a due falde è scolpita a bassorilievo una Croce a bracci uguali. La maestà conserva il cancelletto d'epoca in ferro battuto, con motivo decorativo a ricciolo e monogramma della Madonna.


 

BORGATA CA' BRUCIATA, CA' IETTAid2 7

Alt. m 975, m 980


Cà Bruciata e cà Ietta sono casolari legati da un rapporto di contiguità in quanto le loro frabbriche a forte sviluppo lineare si fronteggiano da lati opposti rispetto alla strada che risale la valle superioredel Fellicarolo. Cà Bruciata assieme a Casulie, più a monte, è l'unico casolare posto sul lato della strada che guarda verso il torrente, ma nel caso specifico viene a trovarsi sulla cresta di una conca formata dal fossato che corre parallelo alla strada .Da questa posizione rilevata assume un forte impatto ambientale rafforzato dal notevole sviluppo verticale dell'edificio. Completamente diversa è la situazione sul lato opposto, poichè la casa si trova ai margini di uno strapiombo di oltre cinquanta metri sul greto del torrente. L'ingresso alla corte avviene da una strettoia formata da un grande rustico costruito a fianco della casa caratterizzato da una muratura molto compatta in pietra a vista a forte risalto rispetto alla mole intonacata della casa. In fregio alla strada si trova una maestà su pilastrino di tipologia tradizionale con nicchia coperta a due spioventi. A poca distanza da cà Ietta, sempre sulla strada si trova Il Colombano, casolare posto al centro della valle il cui toponimo, associato all'oratorio di San Colombano di Fanano, sarebbe da riferire alla presenza di monaci osservanti la regola di San Colombano prima della fondazione del monastero di S.Anselmo. Stesso nome è portato da una zona compresa tra Fallicarolo e la vetta del monte Rondinara che sovrasta il paese a meridione.




 
IL COLOMBANO, CA' BAIOCCO


Alt. m 1020

A poca distanza da Cà Ietta, in una localita amena sempre sulla strada, si trova il Colombano, casolare posto al centro della vallecola il cui toponimo associato all'oratorio di S. Colombano di Fanano sarebbe da riferire alla presenza dei monaci osservanti la regola di S. Colombano prima della fondazione del monastero di S. Anselmo. Lo stesso nome indica una zona compresa tra Fellicarolo e la vetta del monte Rondinara che sovrasta il paese a meridione. Il casolare conserva l'impianto originario basato su un edificio di grandi dimensioni, con significative alterazioni della sua fisionomia per interventi di adeguamento abitativo stagionale. Alcune parti presentano all'esterno un rivestimento in lastre nervate di lamiera, viste anche a Cà Norra. Poco più a monte del casolare, sempre innestato sulla strada, si trova Cà Baiocco, un'interessante casa rurale storica ad elementi separati, rimasta nei caratteri semplici e rustici della fisionomia d'origine.



 
CASULIE


Alt. m 1073


Casulie conclude la serie dei grandi casolari attestati nell'alto corso del torrente Fellicarolo, che proprio all'altezza della casa inizia il suo corso dall'unione del fosso Serra con il fosso Doccione. La casa si sviluppa a valle della stradae si articola attorno ad un'ampia corte pavimentata con il selciato originale in piastroni d' arenaria. Tutto il lato che chiude la corte verso valle è occupato da una lunga stecca adibita prevalentemente a servizi agricoli di altezza molto ridotta per il notevole sviluppo del corpo di fabbrica e quindi anche della falda di copertura in lastre d'arenaria che rappresente l'aspetto di maggior caratterizzazione del complesso. Nella corte si trova una bella maestà sul pilastrino, di proporzioni massiccie, con archetto della nicchi decorata da un motivo di rettangoli raccordati ad archi concavi, di uso ottocentesco, riscontrato anche su portali dello stesso periodo.


 

I TABURRI


Alt. m 1229


La località I Taburri occupa un pianoro ad alta quota del corso del fosso Doccione, un luogo adatto ad un insediamento che fungeva da punto di riferimento per le attività legate alle lavorazioni boschive e di pascolo in quota comprese tra il Libro Aperto e Cima Tauffi. Qui sorge na capanna in pietra, ora in stato di abbandono, che conserva all'interno un caratteristico palestrone circolare di sostegno della copertura e una vicina casa rurale ad elementi separati, recuperata in modo appropriato come residenza stagionale. Il rustico che affianca la casa è rimasto intatto nella sua fisionomia originaria presenta un insolito sporto di copertura, su coppia di pilastri lignei, a protezione della scaletta in pietra che porta all'ingresso del fienile. La località gode di prerogative naturalistiche ed ambientali di grandissimo pregio; punto di arrivo della strada di arroccamento della valle è diventata meta obbligata delle escursioni su questa parte del crinale appenninico.

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